“La battaglia è lunga e i nemici sono numerosi ma noi saremo ancora più numerosi…

Come documentiamo con il comunicato dei nostri compagni iraniani , che pubblichiamo nel presente numero de “il CANTIERE”, le notizie che giungono dall’Iran sono drammatiche: il governo sceglie la linea della repressione sanguinosa che miete centinaia di vittime e minacciando la pena di morte contro chi manifesta contro il regime. La protesta che vede un’ampia e spontanea partecipazione di popolo coinvolge anche le lavoratrici, i lavoratori e le donne, unitamente alle giovani generazioni di studentesse e studenti. La rivolta, scatenata dalle insopportabili condizioni economiche, dalle sanzioni ulteriormente inasprite dal primo mandato di Trump e da un’inflazione che mina i redditi medio bassi, ha assunto precise configurazioni di classe per divenire portatrice di concrete istanze di opposizione politica e di libertà a lungo represse da un regime sfruttatore, reazionario, confessionale e oppressivo, fortemente indebolito dalla violenta evoluzione della competizione imperialista, che vede gli USA e Israele i principali interpreti della disputa mediorientale. Se per l’aggressione al Venezuela il pretesto è stato il narcotraffico, se per l’intervento in Siria si è invocata la libertà contro un regime sanguinario, se in Nigeria si è invocata la difesa della cristianità, in Iran l’imperialismo sta cinicamente cavalcando le lotte spontanee delle masse oppresse per eliminare un pericoloso concorrente nell’area mediorientale. Queste operazioni “risultano pienamente intelligibili se collocate all’interno delle logiche dell’imperialismo contemporaneo, inteso come articolazione politico-militare delle esigenze di riproduzione del capitale su scala globale. I teatri interessati dagli interventi coincidono con aree strategiche del sistema energetico mondiale, sia in termini di riserve sia di snodi di transito. Lo Yemen controlla uno dei principali checkpoint del commercio globale di idrocarburi; la Siria si colloca lungo potenziali corridoi energetici interregionali; l’Iran esercita un potere strutturale sui mercati attraverso lo Stretto di Hormuz; Venezuela e Nigeria rappresentano riserve fondamentali di petrolio e gas. Questa ricorrenza geografica non appare contingente, ma espressione di una razionalità imperiale orientata al controllo delle condizioni materiali dell’accumulazione”. A questa escalation della competizione imperialista, che si manifesta anche all’interno dei singoli stati più o meno egemoni segue, anche in Europa, una crescente e generalizzata corsa al riarmo che massimizza i profitti e le rendite dell’industria militare e del capitale finanziario che la sostiene, aggravando le condizioni di vita delle classi subalterne. “Avremo la Groenlandia o con le buone o con le cattive”, ha dichiarato il presidente USA Trump per non lasciare un’area strategica all’ingerenza russa e cinese, amplificando quella volontà di dominio volta a attenuare e ritardare il declino dell’impero americano e dei suoi alleati, in un mondo che vede nascere e affermarsi nuove e temibili potenze. La guerra in Ucraina continua in un sanguinoso e devastante scenario che vede allontanarsi le prospettive di pace e che, contemporaneamente, vede l’ancora inadeguato imperialismo europeo, diviso nella prospettiva di un riarmo continentale che si riduce ad essere condotto “stato per stato”, ma sostanzialmente unito nel foraggiare il sostegno al prosieguo di un conflitto scatenato dalla necessità degli USA di separare gli interessi europei da quelli russi e cinesi, affermando la propria egemonia sull’UE.

La tregua stipulata a Gaza non ha fermato il genocidio della popolazione civile palestinese che continua a subire la fame, la miseria e la morte da parte del governo di Israele e del suo esercito occupante; la Cina reclama Taiwan, lasciando chiaramente intendere che non tollererà al riguardo ingerenza alcuna; il Giappone si riarma per contrastare il suo declino economico in uno scenario che vede, oltre al consolidarsi dell’egemonia cinese anche sull’intero continente asiatico, il candidarsi a quarta potenza mondiale dell’India e il consolidarsi del ruolo economico e politico dei BRICS. Dopo ripetute minacce, che hanno riguardato a diversi livelli anche il Canada, il Messico, Cuba, la Colombia e la Groenlandia, gli USA aggrediscono il Venezuela sia per le sue ingenti risorse naturali, sia per lanciare un monito all’ingerenza russa e, soprattutto, a quella cinese nel continente, al fine di riaffermare la propria egemonia ormai declinante. Lo scenario si prospetta complesso sia perché l’export del petrolio venezuelano verso la Cina raggiunge circa l’8% dell’intero fabbisogno cinese, sia per la qualità non ottima del petrolio venezuelano, sia perché l’industria preposta alla raffinazione di quel paese è obsoleta e necessita di considerevoli investimenti. Inoltre è parere di alcune autorevoli compagnie (Exxson, Chevron, ConocoPhillips) facenti tutte riferimento a Big Oil, che gli investimenti necessari per migliorare e aumentare la produzione del petrolio di Caracas (Trump ha richiesto investimenti ingenti, che prevede interamente a carico delle compagnie, si parla di 100/200 miliardi) per mettere fuori gioco la concorrenza russa e cinese, rischino di mettere fuori mercato la produzione statunitense di greggio. Inoltre le compagnie petrolifere reclamano maggiori garanzie e tutele per non incorrere in nuove nazionalizzazioni, espropri e vincoli aziendali che penalizzerebbero ulteriormente i loro interessi, reclamando quindi cambiamenti significativi del regime venezuelano per poter tornare a investire (in questo complesso scenario è coinvolta anche ENI, con i suoi 500 dipendenti e circa tre miliardi di crediti). Il diritto, le istituzioni internazionali, la stessa democrazia politica borghese, le sue istituzioni e costituzioni, tutte queste sovrastrutture che hanno sorretto il corso ascendente del liberalismo democratico quale espressione istituzionale benigna degli stati capitalisti d’occidente, dimostrano oggi tutta la loro impotenza a rapportarsi al nuovo corso della competizione imperialista, la quale vede emergere nuove e insidiose forze che reclamano il riconoscimento del proprio ruolo nel mercato mondiale.

Gli equilibri imperialisti si modificano quindi in uno scenario contraddittorio, che vede le relazioni internazionali regolate non più da accordi diplomatici e dal diritto internazionale, ma dalla non mediabile brutalità dei rapporti di forza tra le principali potenze economiche e militari. In questo scenario gli USA non si rassegnano al proprio declino e decidono di dettare le regole con crescente ed evidente brutalità, senza alcuna mediazione così come avveniva in passato. Altro aspetto importante da sottolineare è quello dello schieramento così detto “campista”, ben rappresentato all’interno di una sinistra di derivazione staliniana tutt’altro che sopita. Come all’epoca del “socialismo reale” l’attuale regime venezuelano è spacciato come socialista e quindi da difendere, contro quello che è ritenuto l’unico imperialismo esistente, quello USA che pure sfrutta e opprime il continente latino americano da oltre 150 anni. Un simile ragionamento omette le implicazioni sociali e di classe che vedono la borghesia nazionale venezuelana desiderosa di affrancarsi dall’imperialismo statunitense e dalle componenti borghesi che dell’imperialismo hanno beneficiato al fine di gestire in prima persona le risorse del paese. Per realizzare questo intento, la borghesia nazionale diviene necessariamente antimperialista dando luogo a regimi “bonapartisti” che perseguono un rapporto con le classi subalterne finalizzato “all’unità della patria contro l’imperialismo”.

Un simile intento implica riforme sociali anche significative per elevare le misere condizioni materiali di vita di ampi strati di popolazione, contrastando così il sottosviluppo. Ciò è indubbiamente positivo ma non si può non considerare che questi obiettivi rappresentano gli interessi di egemonia che la borghesia nazionale venezuelana persegue, quale forza di governo, con una deriva autoritaria volta a reprimere ogni forma di dissenso sociale e di classe. In una fase nella quale i meccanismi di valorizzazione del capitale entrano in crisi la guerra diviene una prospettiva concreta che apre all’intera militarizzazione delle società: le condizioni di vita delle classi subalterne vengono aggredite, i sindacati indeboliti, il diritto e le istituzioni borghesi nazionali e internazionali ridotti all’impotenza e le lotte represse nella cornice emergente di una economia di guerra che vede risorgere il militarismo con tutti i suoi miti patriottici e reazionari che minano storiche conquiste civili e presuppongono l’unità nazionale contro il nemico in agguato alle frontiere, secondo il tradizionale cliché delle guerre imperialiste.

Anche in Italia lo scenario si adatta perfettamente al sopradetto cliché di cui la recente legge di bilancio è la più coerente conseguenza: si salvaguardano i profitti e le rendite anche attraverso una politica fiscale classista che tutela il capitale e tollera l’evasione; si tagliano i servizi sociali quali sanità, istruzione, previdenza, edilizia pubblica e trasporti; non si combatte la perdita del potere di acquisto dei salari, la diffusa disoccupazione e il dilagare del precariato, le morti sul lavoro, la devastazione ambientale e l’invivibilità dei territori; l’informazione diviene sempre più di regime e si risponde con la repressione alle lotte delle lavoratrici, dei lavoratori e del movimento studentesco e giovanile; si aggrediscono i diritti delle donne e dei settori meno tutelati della società; si alimenta l’intolleranza verso i più deboli e verso le diversità, in un contesto che vede risorgere il patriarcato, il razzismo ed espressioni dichiaratamente fasciste perseguite a livello individuale, collettivo e organizzativo; nell’intera società, soprattutto nelle scuole di ogni ordine e grado, dilaga il veleno militarista al fine di plasmare una mentalità di guerra, così come è stato ripetutamente dichiarato dai vertici militari dei vari stati e dal segretario della NATO Rutte, necessaria per gestire al meglio le ingenti spese per il riarmo previste per i prossimi anni pagate, come abbiamo già documentato, dalle risorse depredate alle classi subalterne. L’aggressione imperialista si combatte non con l’azione di governo, ma con la mobilitazione sociale unitaria che nasce dal basso per consolidarsi ulteriormente fase dopo fase. Ben vengano quindi le manifestazioni di massa contro la guerra, le sue vittime e le sue distruzioni, nella consapevolezza che “la battaglia è lunga e i nemici sono numerosi ma noi saremo ancora più numerosi, sempre saremo più numerosi. Il domani è nostro, compagni”. Ma l’enunciato che riportiamo anche in epigrafe non basta, perché questa bella esortazione, per divenire reale, necessita dell’azione cosciente della minoranza organizzata che agisce nella realtà dello scontro di classe per difenderne l’autonomia e per sostenere il conflitto nelle fasi di crisi e di sconfitta, al fine di tornare a vincere. Questo è l’ambizioso compito che ci siamo proposti.

gennaio 2026

 

Alternativa Libertaria/FdCA