La corruzione viaggia sul carro del potere

Fare il punto su un mondo in totale sconvolgimento, qual è quello in cui viviamo oggi, non è affatto facile: stiamo assistendo al venir meno di equilibri consolidati da almeno 80 anni, da quel secondo massacro mondiale terminato con la vittoria delle truppe alleate nella seconda guerra mondiale imperialista.
In questa fase, in mezzo allo scontro tra imperialismi in declino che cercano l’ultimo colpo di coda e imperialismi emergenti in grande ascesa, ci sono più di 8 miliardi di esseri umani che vivono in condizioni assai differenti e che variano in modo estremamente importante: il posto in cui il caso decide di farci nascere su questo pianeta, può far la differenza tra vivere una vita piena di agi e di possibilità o essere catapultato in una sorta di girone dantesco. Un girone da cui l’uscita è spesso preclusa, a meno di affrontare viaggi il cui esito potrebbe essere quello di finire in un altro girone, dove al posto delle dantesche figure luciferine vi sono miliziani libici armati di tutto punto, anche grazie al contributo economico del governo italiano, tramite le nostre tasse sempre più dirottate verso il capitolo “sicurezza e armamenti” anziché su istruzione, sanità, politiche abitative e ambientali.
Il rapporto dell’ONG Oxfam sullo stato delle disuguaglianze nel mondo, uscito come ogni anno in concomitanza con il World Economic Forum di Davos, mette nero su bianco le terribili disuguaglianze esistenti: disuguaglianze sempre in costante aumento come testimoniano i numeri elaborati da Oxfam.

I miliardari del nostro pianeta, circa 3000 individui, nel 2025 sono riusciti ad accumulare la cifra di 18,3 trilioni di dollari, aumentando la loro ricchezza tra il 2020 e il 2025 di circa l’81%, una cifra che permette a costoro di recuperare egregiamente l’aumento del costo della vita, mentre per le lavoratrici e i lavoratori in Italia, nazione che comunque non registra situazioni di disperante povertà, dobbiamo accontentarci e magari ringraziare, per aumenti contrattuali che ratificano una diminuzione del potere d’acquisto dei salari.
Siamo di fronte a un capitalismo che, come disvelano i file di Epstein, ha ormai calato la maschera, dimostrando tutta la sua degenerazione e aggressività. Finita la fase del compromesso “socialdemocratico” tra capitale e lavoro che garantiva una redistribuzione almeno parziale della ricchezza, la struttura economica-politica del capitale giunta al capolinea, per uscire dalla crisi in cui si avviluppa, si libera degli orpelli democratici e sociali, fa carta straccia di quel che rimane del diritto internazionale, svuota le costituzioni dei vari paesi che nonostante i principii affermati sulla carta, sono incapaci di arginare le derive autoritarie attuate dai governi per reprimere il dissenso e il conflitto sociale assimilato a una questione di ordine pubblico, e represso, come sta avvenendo nel nostro paese con i provvedimenti relativi alla sicurezza emessi dal governo Meloni.

Dovrebbe essere una considerazione lapalissiana, eppure le forze politiche che propugnano un quanto mai necessario e urgente superamento del capitalismo non incontrano il favore delle masse, anzi tutt’altro: rigurgiti nazionalisti, razzisti e fascisti sembrano trovare un brodo di coltura particolarmente favorevole nelle nostre società, lacerate e abbrutite da una crisi oramai più che ventennale alla quale non sono estranee le forze riformiste di matrice cattolica e comunista che hanno puntigliosamente lavorato per cancellare ogni aspirazione di radicale cambiamento della società.
Ciò nonostante non viviamo una fase di pacificazione, la narrazione degli accadimenti che veicolano i media sia italiani che internazionali non riescono a nascondere la rabbia sociale che cova nelle periferie, sia nelle nostre città, sia nelle cosi dette periferie del mondo. Le manifestazioni spesso con scontri violenti contro le forze repressive in Argentina, in Serbia, in Albania, in Sudan, ecc…, la rivolta contro l’ICE negli Stati Uniti, testimoniano l’esistenza di una non domata componente della società che non è disposta a piegarsi ai soprusi del potere.

La rotta si può invertire. Certamente. É necessario ricostruire un immaginario, prefigurare la società post-capitalista dove i prodotti del lavoro siano valori sociali per il soddisfacimento dei bisogni e non accaparramento individuale, dove l’organizzazione della società si basi su liberi accordi e dove potere, dominio e autorità siano sostantivi che qualificano il passato. Un futuro che non può essere una prefigurazione escatologica legata ad una presunta rivoluzione proletaria necessariamente determinata, magari con una riproposizione di quei modelli di “socialismo reale” che la storia ha già liquidato essendosi risolti in forme di capitalismo di stato, anch’essi basati sullo sfruttamento della forza lavoro, sulla repressione e sulla dittatura. Occorre costruire un cammino che sin da subito dia delle risposte e cambi le condizioni di vita dei ceti meno abbienti attraverso la difesa dei redditi dei /delle lavoratrici e dei lavoratori, la acquisizione di diritti per sottrarre le scelte di vita individuali alla pretesa volontà di chiesa e stato di disciplinarci e irrigimentarci, la difesa dei territori devastati dal cambiamento climatico individuando chiaramente nel modello economico capitalista il responsabile di tale cambiamento, il contrasto alla folle rincorsa al riarmo e alla opposizione netta all’indottrinamento militaresco delle nuove generazioni.
In questa prospettiva il movimento comunista anarchico può avere un ruolo valorizzando, senza idealizzare, esperienze che mostrano concretamente che è possibile vivere oltre il capitalismo: dalle esperienze rivoluzionarie storiche, parziali ma significative, del proletariato internazionale a quelle recenti proprie del Chiapas zapatista e il Rojava, oggi sotto l’assedio delle forze del nuovo governo siriano capeggiato dall’ex comandante di Al-Qaeda, Al-Jolani, che gode dell’appoggio delle principali potenze mondiali.

Intorno a queste prospettive storiche e di intervento immediato è possibile e necessario definire nel concreto i processi di unità sociale e di classe capace di darluogo a quella massa critica che consentirebbe finalmente di rispondere alla potenza di fuoco messa in campo dai difensori dello status quo, oggi assolutamente incontrastata nella società.
La sfida in definitiva è quella di sempre: socialismo o barbarie.

Alternativa Libertaria/FdCA