La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.
Così scriveva Antonio Gramsci nel 1930 ne “I quaderni dal carcere”, quando era detenuto nel carcere di Turi. E’ questa un’affermazione francamente abusata, sulla quale vale comunque la pena riflettere sottraendosi a quella filologica tendenza in auge nell’intera sinistra e non solo, che pretende di attribuire a certe formulazioni teoriche significati omnicomprensivi. Da parte nostra crediamo invece che sia il caso di limitarsi a cogliere l’umiltà e l’attualità dell’ammonimento, proprio perché richiama al presente e alle drammatiche tendenze inedite che lo caratterizzano. Ritenere che tutto sia cambiato costituisce un enunciato ricorrente e molto diffuso che si configura come un vero e proprio “prodotto della crisi”, formulato per vanificare ogni tentativo di interpretare la degenerazione del presente in una prospettiva volta al superamento dei rapporti di produzione capitalistici che precipitano sempre più nella barbarie. Oltre alla strumentale contrapposizione tra vecchio e nuovo le “novità” però esistono, e non consistono solo nella diffusa tendenza alla guerra, quanto nel suo concreto dilagare in ogni ambito della società capitalistica, sempre più plasmata in senso militarista e nell’accrescere le capacità distruttive dei conflitti: le sofisticate tecnologie impiegate e la stessa Intelligenza Artificiale, sono così poste al servizio delle distruzioni e delle stragi soprattutto delle popolazioni civili; la diplomazia, le sue istituzioni e lo stesso diritto internazionale dimostrano tutta la loro fragilità e impotenza nei confronti dei rapporti di forza realmente dominanti, lasciando la parola alle armi e ai conflitti che in questa fase storica stanno dilagando in tutto il pianeta. Il capitalismo si è storicamente affermato come processo dinamico tendente all’internazionalizzazione e la classe che lo interpreta, la borghesia, è anch’essa una classe che volge continuamente al cambiamento, basti pensare alla prima guerra mondiale imperialista per ben comprendere questa classe e le “novità” a cui ha dato luogo: una classe che domina il mondo al fine di perseguire i propri interessi particolari volti all’estrazione e all’accumulazione dei profitti, espropriando e concentrando sempre più in pochissime e avide mani, la ricchezza sociale prodotta dalle salariate e dai salariati di tutto il pianeta che poi è la finalità storica del capitalismo, vale a dire il suo “moto incessante nel guadagnare”. Questa ineliminabile necessità ha delle conseguenze drammatiche che rimandano a una chiara e attualissima citazione svolta dallo stesso Karl Marx: “Il capitale – dice il Quartely Reiviewer – evita il tumulto e la discordia, ed è timoroso per natura. Questo è vero, ma non è tutta la verità. Il capitale teme l’assenza di profitto, o il profitto troppo piccolo, come la natura ha paura del vuoto. Con un profitto adeguato il capitale è molto audace. Il 10% sicuro, e lo si può impiegare ovunque; il 20% diventa vivace; il 50, positivamente temerario; il 100% lo rende pronto a calpestare tutte le leggi umane; il 300%, e non c’è crimine di cui non ardisca, anche a rischio della forca” (K. Marx “Il Capitale” libro 1, cap.24).
Anche queste poche righe, scritte oltre 150 anni fa, riescono a spiegare tutte le tragedie del presente e, oltre alle interpretazioni filologiche e psicologiche, consentono di comprendere le incertezze, gli azzardi e le contraddizioni dei gruppi dirigenti del potere economico, politico e militare che le borghesie esprimono nei rapporti di forza dello scontro tra potenze che rappresentano l’affannoso tentativo di primeggiare, o di non soccombere, nell’ambito della competizione imperialista per il controllo dei mercati mondiali e di aree strategiche, come il Medio Oriente , appunto.
Così è per gli USA i quali, per contrastare l’inevitabile declino economico, devono difendere a tutti i costi il dollaro quale moneta di riferimento dei commerci mondiali, soprattutto nelle transazioni energetiche, contrastando l’ascesa dello yuan cinese al fine di arginare il proprio debito pubblico che sfiora ormai i 39.000 miliardi di dollari e non consente né il prosieguo “del sogno americano” né, tantomeno, la capacità di mantenere e, soprattutto, di gestire efficacemente l’esercito più forte del mondo. Il fenomeno Trump nasce da questa America ormai declinante economicamente, socialmente, culturalmente e militarmente di fronte al mutare dell’assetto imperialista mondiale che mina la sua egemonia di fronte alle altre potenze imperialistiche emergenti. Analogamente, con Natanyahu e il suo governo, la borghesia israeliana difende la propria egemonia in uno degli scenari più infuocati del pianeta, anche al prezzo di immani distruzioni e di rinnovati massacri delle popolazioni civili, là dove l’impiego delle più raffinate tecnologie e dell’AI è posto al servizio della guerra accrescendone la furia distruttrice, non consentendo realizzando il genocidio di intere popolazioni. Se gli USA individuano nella Cina un’agguerrita potenza economica e militare trovano nell’Iran un non sottovalutabile concorrente attivo nell’intera area medio orientale, un concorrente in grado di contrastare efficacemente il mito e ormai l’illusione di un invincibile Israele che, alleato degli USA nella recente aggressione all’Iran, rischia l’annientamento da parte di una potenza di area, una potenza integralista scita che dopo aver rovesciato nel 1979 il precedente regime repressivo installato nel 1953 e sostenuto dalle potenze imperialiste occidentali (USA e Inghilterra), ha dato luogo a un regime integralista e patriarcale che, come il precedente, si è distinto nella repressione sanguinosa di ogni dissenso politico e sociale per garantire il proprio dominio. Le più recenti e generose lotte intraprese da parte delle giovani generazioni nelle quali si sono distinte soprattutto le donne, le lavoratrici e i lavoratori per una esistenza migliore e più libera, sono state sanguinosamente represse e oggi si trovano nella morsa di fuoco dell’aggressione USA e israeliana e della repressione degli apparati repressivi dello stato iraniano e del suo crescente nazionalismo.
Le potenze imperialiste declinanti, quelle emergenti, quelle di area e le loro rispettive borghesie, si trovano a confliggere per partecipare alla spartizione di un’area strategica e ricchissima di risorse, secondo le logiche e le pratiche imperialistiche che, appunto, ardiscono a ogni crimine “anche a rischio della forca”. La fase che stiamo vivendo è d’altronde la dimostrazione di una verità storica per la quale il capitalismo non costituisce un sistema nel suo complesso armonico, razionalizzabile e programmabile, men che meno controllabile nel suo sviluppo in quanto l’intero sistema capitalistico non riesce a eliminare i propri conflitti interni che esplodono, talvolta, anche in forme violente di cui la guerra è una conseguenza inevitabile. Le guerre che si sono combattute e che si stanno combattendo con tutto il loro uragano di miseria, di distruzione e di morte devono quindi essere interpretate nella loro concreta dinamica sociale e di classe: sono le borghesie che si “aggrediscono” e non le sterminate masse delle salariate e dei salariati in quanto, queste, in nessun paese dispongono di capitali e di potere che costituiscono l’esclusivo vantaggio proprio di quelle borghesie che si combattono per continuare a sfruttarle. Le guerre sono tutte riconducibili al fenomeno imperialistico ed è quindi da respingere la logica omissiva e deformante “dell’aggressore e dell’aggredito”. Sono le masse “senza riserve”, quelle che posseggono solo la loro forza lavoro a essere, sfruttate, aggredite e sanguinosamente coinvolte nelle guerre del capitale, in Ucraina, come in Sudan, in Palestina, in Iran e in tutto il Medio Oriente, così come negli oltre cinquanta conflitti che mietono morte, distruzioni immani, fame e miseria e che spingono decine di migliaia di esseri umani alla fuga dai propri paesi alla ricerca di migliori condizioni di vita. In questo drammatico contesto nel quale concretamente si paventa il terzo conflitto mondiale, è legittimo e auspicabile sperare che le diplomazie mondiali trovino accordi per il cessate il fuoco al fine di scongiurare vittime ulteriori e ulteriori distruzioni: ma, per evitare pericolose illusioni, è anche indispensabile comprendere che la diplomazia mondiale è costituita proprio da quelle borghesie che si aggrediscono a vicenda nell’ambito del diffuso conflitto imperialistico. Così è che la “diplomazia” non è neutra e imparziale, ma un ambito nel quale si svolge un doppio gioco che alterna i rapporti di forza alla ricerca di una pace formale e fragilissima che convive con una crescente corsa al riarmo e alla guerra ancora più generalizzata, nell’esclusivo interesse del capitale.
La vittoria del NO nel referendum costituzionale del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere in magistratura
La modifica costituzionale fortemente voluta dal governo Meloni è stata bocciata. A poche ore dal risultato delle urne si assiste al legittimo tripudio proveniente dalla variegata opposizione governativa che ha fatto propri una serie di contenuti che vanno dalla difesa talvolta enfatica della costituzione e della repubblica alle richieste di dimissioni del governo, al “NO Antifascista” e al “NO sociale”, alla riesumazione delle “primarie” e del “campo largo” in vista delle elezioni politiche del 2027. Il vasto schieramento politico, sindacale e sociale nel quale sono presenti anche settori della chiesa cattolica, che ha sostenuto il NO è attraversato da una più che comprensibile euforia per una vittoria auspicata ma non certa: “L’Italia s’è desta” quindi, si afferma all’unisono. Da parte nostra crediamo che questo risultato non possa essere sottovalutato in quanto indebolisce il governo e le sue prospettive e, soprattutto, apre spazi all’azione politica e di classe che, indubbiamente, la vittoria del “Si” avrebbe chiuso. Ma la positività del risultato non deve lasciare spazio alla decontestualizzazione. La sconfitta del governo, usiamo pure questa definizione un poco trionfalistica, è infatti avvenuta su di un piano esclusivamente istituzionale contribuendo a realizzare quella tregua elettorale che ha bloccato, sia pure temporaneamente, il movimento di opposizione sociale, le sue lotte, i suoi contenuti e la sua organizzazione di base: una tendenza alla quale non sarà automatico sottrarsi, dato che la vittoria del NO rivaluta il ruolo dei partiti politici parlamentari che si riappropriano dell’iniziativa politica a fini elettorali, a discapito della generalizzazione del conflitto. Ma guardiamo i dati.
Il referendum ha espresso una affluenza pari al 58,93% non bassa, ma nemmeno eccezionale, se confrontata con la precedente. Al referendum costituzionale “Renzi – Boschi” del 2016 l’affluenza fu infatti del 65,47% e il NO ottenne una percentuale pari al 59,12%. Vero è che rispetto all’oggi gli schieramenti di allora erano scomposti: il “Partito Democratico” era al governo e quindi schierato per il SI, mentre “Fratelli d’Italia” essendo all’opposizione si pronunciò per il No”. Anche in questo caso la vittoria del NO fu netta ma, sei anni dopo, alle elezioni politiche del 2022, quella vittoria non impedì la conquista del governo da parte del partito “Fratelli d’Italia”, erede del “Movimento Sociale Italiano” da cui proviene l’attuale premier Giorgia Meloni. Questo per affermare che il terreno istituzionale e le sue alleanze, sia pure vaste, non costituiscono alcuna garanzia proprio perché rappresentano il mutevole teatrino della politica, una prospettiva questa ben presente anche oggi nello schieramento vittorioso del NO.
La diffusa soddisfazione per la vittoria del NO deve invece essere rapportata ai contesti generali della crisi e della guerra. Alcuni dati: dallo stretto di Hormuz, attualmente bloccato dall’Iran, passa il 20% del petrolio e il 25% del gas naturale liquefatto, percentuali rilevanti di altri prodotti petroliferi raffinati e, soprattutto, fertilizzanti (da Hormuz transita circa il 50% dell’urea mondiale) indispensabili per l’agricoltura. Le proiezioni del blocco stanno facendo aumentare vertiginosamente i prezzi dell’energia e dei generi alimentari con effetti devastanti sulle dinamiche inflattive e quindi sul potere di acquisto dei salari e sulle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori di tutto il mondo. Le concrete conseguenze della crisi e delle guerre imperialistiche combattute dalle borghesie internazionali per spartirsi il bottino delle risorse energetiche mondiali rimandano a una ineludibile e urgente necessità: l’unità internazionale del proletariato contro il capitale e le sue guerre; una lotta da condurre proprio contro la borghesia che ognuno ha nel proprio paese senza nessuna delega alle istituzioni.
Anche in Italia dobbiamo quindi utilizzare l’indebolimento del governo non per rilanciare nuove alleanze elettorali in vista delle politiche del 2027, ma per riprendere e generalizzare le lotte su obiettivi unificanti quali il salario, la sanità, l’istruzione e i trasporti, le pensioni e la lotta alla precarietà, per tornare a vincere nella difesa delle condizioni di vita delle classi subalterne e per rilanciare e rafforzare l’unità internazionalista delle lavoratrici e dei lavoratori di tutto il mondo contro il militarismo e le guerre imperialiste, contro la fame, la miseria la devastazione e la morte che queste impongono.
Viva l’unità internazionale del proletariato.
Marzo 2026
Alternativa Libertaria/FdCA




