“La guerra che verrà”

Strettamente parlando noi non possiamo avere una politica estera, poiché noi stiamo, e vogliam stare, fuori e contro l’attuale spartizione del mondo in Stati rivali.
Per noi non vi sono stranieri. Noi vogliamo che tutti gli uomini, qualunque sia il loro luogo di nascita, qualunque sia il ceppo etnico da cui derivano, qualunque la lingua che parlano, si considerino come fratelli e si aggruppino liberamente e cooperino insieme per il maggior benessere, la maggiore libertà, la maggiore civiltà di tutti.
E poiché questa fratellanza universale, quest’armonizzazione di tutti gl’interessi, di tutte le aspirazioni in una vasta unità (quella del genere umano) che rispetti e favorisca il libero sviluppo di tutte le varietà, la piena autonomia di tutti gl’individui e di tutti i gruppi, sono ancora un ideale in contrasto colla dura realtà dell’oggi; poiché gli uomini sono ancora divisi in oppressi ed oppressori, e gli uni vivono sfruttando il lavoro degli altri, ed i lavoratori portano il peso di tutti i carichi sociali e sono coartati nel loro sviluppo materiale e morale e spesso ridotti alla più squallida ed abbrutente miseria — noi stiamo, quale che sia il nostro paese d’origine o di dimora, per gli oppressi contro gli oppressori, i lavoratori contro i parassiti, senza riguardo alcuno ai varii aggruppamenti politici, in cui le vicende storiche e gl’interessi e le ambizioni dei padroni, sia pure favoriti da speciali condizioni naturali, han diviso l’umanità

Errico Malatesta: La nostra politica estera. Guerra e Pace”

                                                                              Volontà (Ancona), a. 2, n. 10 , 7 marzo 1914

Queste chiare parole, pronunciate alla vigilia della prima guerra mondiale imperialista dal nostro compagno Errico Malatesta, si qualificano ancora oggi come attualissime in un mondo devastato e insanguinato da oltre 50 conflitti scatenati dalle potenze imperialiste per il controllo del mercato mondiale, conflitti che si generalizzano sempre più, ampliandosi drammaticamente.

E sono questi i contenuti che vogliamo riproporre anche in occasione del 25 aprile e del 1° maggio, per qualificare queste ricorrenze non da un punto di vista istituzionale ma come prospettive di lotta antifascista e internazionalista, che rimandano alle migliori stagioni del proletariato italiano e internazionale nel travagliato ma luminoso percorso della propria emancipazione.

IL TEATRINO DELLA POLITICA
La vittoria del NO nel referendum costituzionale del 22 e 23 marzo us ha indubbiamente indebolito l’attuale governo, in una fase nella quale la guerra di aggressione contro l’Iran, da parte di Israele e degli USA, credibilmente prospetta un perdurante e fuori controllo aumento dei costi dell’energia con possibili razionamenti, aumento dei prezzi al consumo, aumento delle dinamiche inflattive in un quadro di diminuzione del PIL e di aumento del deficit pubblico. Una prospettiva caratterizzata da un forte incremento delle spese militari a scapito dei principali servizi essenziali: uno scenario di difficilissima gestione, capace di insidiare il consenso elettorale della maggioranza di governo. D’altronde “il sorpasso” del così detto “campo largo”, una volta risolti i suoi profondi dissidi interni, potrebbe anche superare il ruolo di ipotesi per divenire un’eventualità praticabile (vedi i dati Supermedia Sondaggi del 10 marzo us) e la presidente del consiglio dei ministri in cerca di una via di uscita dopo il parziale e tardivo repulisti tra le sue fila al quale si aggiunge la “ristrutturazione” condotta in Forza Italia da Marina Berlusconi, dopo la crisi al ribasso della Lega e l’insidia elettorale del generale Vannacci, potrebbe valutare la possibilità di giungere alle elezioni politiche anticipate per cercare di salvare il salvabile: un’ipotesi questa non certo scontata ma comunque possibile. Ripetiamo ancora una volta che la vittoria del NO è da considerarsi positiva in quanto ha indebolito il governo e, soprattutto, le componenti sociali che lo sostengono, ma il futuro appare alquanto incerto e non è assolutamente detto che in caso di elezioni politiche, anticipate o meno, il riscontro delle urne risulti sfavorevole alle formazioni politiche che questo governo compongono. Le forze di opposizione parlamentare (e extraparlamentare, le stesse che richiedono le dimissioni del governo), hanno subito tentato di acquisire in toto i risultati referendari per dirottarli in vista di un’eventuale scadenza elettorale che vede nelle  “primarie” il primo e problematico passo per creare una prospettiva parlamentare unitaria e alternativa all’attuale maggioranza: vale a dire il “campo largo”,  che risulta per ora solo un’ipotesi, da costruire tra mille irrisoluzioni e difficoltà. Il tentativo di comprimere il consenso referendario in una dimensione partitica è certamente sguaiato nella forma e deprecabile nella sostanza, ed è probabile che si riduca a un insuccesso: d’altronde lo scenario è inedito, ma non è questo il punto.

LE RECENTI DINAMICHE REFERENDARIE TRA OMISSIONE E DEFORMAZIONE
Circa l’affluenza al referendum questa è divenuta “elevata” in quanto avrebbe rappresentato una rinnovata partecipazione da parte dell’elettorato, registrando un’affluenza alle urne pari al 55,69% definita con un’enfasi eccessiva “eccezionale”, il che costituisce solo una parte di verità: l’ultimo referendum costituzionale, tenutosi nel 2016 e relativo alla “riforma Renzi- Boschi, ottenne una partecipazione pari al 65,48% e alle elezioni politiche del 2022 si registrò un’affluenza pari al 63,91%. Il parlamentarismo usa sovrapporre le proprie aspettative alla realtà, per cui un’affluenza significativa ma numericamente ridotta (il 44,31% si è comunque astenuto), diviene “eccezionale” solo perché superiore alle aspettative più pessimistiche. Ma l’aspetto interessante riguarda la partecipazione giovanile al voto, un argomento questo salutato dal fronte del NO con enfasi sospetta. I giovani hanno votato con una partecipazione in crescita anche se, per obiettività, è il caso di citare le proiezioni SWG le quali dimostrano che l’astensione tra le giovani generazioni per le classi di età 18/24 anni si attesta al 47%, cresce al 52% per le classi degli anni 25/34, rimanendo comunque superiore a quella propria delle altre classi di età che hanno registrato una partecipazione al voto maggiore (Renato Mannheimer, in “Italia Oggi” del 01/04/2026), e non si creda che con queste considerazioni si “inneggi” all’astensionismo. Al riguardo, per quanto come comunisti anarchici non si ceda al richiamo elettorale, riteniamo l’astensionismo un fenomeno sociale articolato e contraddittorio: un fenomeno quindi da valutare scientificamente con estrema obiettività in quanto, per le sue medesime caratteristiche sociali e di classe, non si configura né come qualunquismo da liquidare in toto né, certamente, come sinonimo di presa di coscienza delle masse sfruttate. Non attribuiamo poi alle scadenze referendarie alcuna valenza rivoluzionaria ma,  talvolta, alcuni diritti delle classi sociali meno abbienti sono stati difesi proprio dal perseguimento di obiettivi referendari quali, ad esempio, il divorzio e l’aborto e, anche nel caso dell’ultimo referendum costituzionale, la vittoria del NO ha sicuramente impedito all’attuale governo di proseguire nell’aggressione delle condizioni di vita delle classi subalterne, nel quadro di una vera e propria deriva autoritaria.

NUOVE CONSAPEVOLEZZE E NECESSITA’ MILITANTE
Il vasto movimento che ha espresso la vittoria del NO al referendum, sia pure maturato in un clima di mobilitazioni diffuse che hanno visto coinvolti unitariamente ampi settori dei movimenti studenteschi e giovanili, delle donne, dei sindacati e settori della società civile, ha inevitabilmente subito “la tregua elettorale”, parzialmente declinando in quantità e qualità. Nonostante tutto la rinnovata partecipazione delle giovani generazioni non è certamente ascrivibile in toto “alla difesa della costituzione” quanto, principalmente, alle mobilitazioni unitarie contro le guerre imperialiste finanziate a scapito dei salari, dei servizi essenziali, delle condizioni di lavoro e di vita delle classi sociali meno abbienti. Tale partecipazione è stata la conseguenza di un fenomeno sociale e di classe che ha visto le diffuse mobilitazioni contro tutte le guerre imperialiste, contro le stragi, i genocidi e le devastazioni dall’Ucraina a Gaza e all’Iran, per la pace e contro le politiche del riarmo realizzate nell’esclusivo interesse dei produttori, dei distributori di armamenti e del capitale finanziario. Il NO giovanile al referendum è cresciuto nelle lotte studentesche, per contrastare i tagli all’istruzione, le politiche di aziendalizzazione e di gerarchizzazione dell’insegnamento in una prospettiva autoritaria, competitiva e meritocratica di asservimento dell’istruzione all’industria bellica e alla propaganda dell’esercito, contro ogni reintroduzione della leva militare obbligatoria e contro il militarismo dilagante nell’intera  società, e quindi, anche nelle scuole e nelle università, proprio per preparare alla guerra. Sono state le mobilitazioni contro la svolta autoritaria del governo Meloni che con i “decreti sicurezza” equipara il conflitto sociale a un mero problema di ordine pubblico da fronteggiare con l’azione repressiva di polizia e magistratura. Queste mobilitazioni hanno prodotto in una significativa minoranza giovanile lo sviluppo di una diffusa consapevolezza che è divenuta trainante; una consapevolezza anticapitalista, antifascista e anti autoritaria ma anche solidale, che ha visto  il sostegno ai diffusi blocchi di navi e treni trasportanti armamenti diretti a Israele e l’adesione partecipata alla vicenda della “sumud flottilla” che ha espresso solidarietà concreta alla popolazione palestinese di Gaza massacrata, dispersa  e affamata dall’azione genocida del governo israeliano, con la complicità degli USA e dell’Unione Europea. E’ stata l’accresciuta sensibilità per la questione ambientale che vede il governo trascurare il crescendo dei disastri ambientali dovuti alla cementificazione selvaggia e alla mancata tutela dei territori che, viceversa, necessiterebbero di forti investimenti che invece sono destinati al riarmo e quindi alla guerra. Non sono i proclami istituzionali ma è il conflitto sociale e di classe, articolato su obiettivi chiari, unitari e condivisi che determina la partecipazione e quindi una rinnovata consapevolezza circa i modi e i tempi per costruire un mondo migliore di pace, di uguaglianza e di libertà. Ma se i movimenti sociali e di massa si costruiscono nel concreto delle mobilitazioni contro il capitale e le sue guerre, questi devono fare inevitabilmente i conti con le difficoltà della fase divenendo, per la loro medesima natura, altalenanti e contraddittori e le consapevolezze sociali che si creano possono anche essere riassorbite e disperse dal crescente riflusso: ma sono proprio queste consapevolezze sociali che è necessario preservare per far sì che divengano realtà militanti organizzate, capaci di sostenere e qualificare i movimenti di massa da un punto di vista di classe soprattutto nei momenti di crisi, quando si afferma la sconfitta e lo scoramento, affinché i nuovi impulsi alla lotta si espandano a contesti più ampi. Da questo punto di vista appare essenziale il ruolo delle e degli insegnati nel portare un significativo contributo non “alla scuola di stato” ma alla difesa delle caratteristiche sociali della scuola pubblica, al fine di produrre consapevolezze alternative alla deriva e all’imbarbarimento della società capitalistica.

CONFERIRE CONCRETEZZA ALL’INTERNAZIONALISMO PER UNA SUA GENERALIZZAZIONE
La fase che stiamo attraversando si configura come la più drammatica dal secondo dopoguerra. Le guerre per procura tra le principali potenze imperialistiche seminano distruzione e morte. In un simile contesto, che apre a scenari inediti per i quali è lecito paventare la possibilità di un terzo conflitto mondiale, non vi sono aggrediti e aggressori ma un’unica dimensione imperialistica nella quale si scontrano potenze più o meno dominanti e in costante conflitto, comunque volte al controllo di aree strategiche per il dominio del mercato mondiale. E’ uno scontro tra predoni che oppone borghesie e stati ai danni delle popolazioni civili che vengono travolte dalla guerra; uno scontro tra rapporti di forza nel quale schierarsi da una parte contro l’altra significa ridursi a sostenere una componente imperialistica più o meno dominante, che nega e reprime ogni autonomia e opposizione sociale e di classe. Il medesimo proletariato, che è chiamato allo scontro con le proprie sorelle e i propri fratelli di altri paesi per la difesa di interessi non propri risulta estremamente diviso quando, se unito, potrebbe esprimere una forza immensa tale da bloccare ogni conflitto, dall’Ucraina all’Iran. La validità della prospettiva internazionalista è certamente l’unica alternativa praticabile alla barbarie che il capitale impone per la sua sopravvivenza, ma non può limitarsi all’enunciato delle migliori intenzioni nostre. E’ necessaria una strategia “per tornare a vincere” a livello continentale, su obiettivi unitari che partano dalla difesa intransigente delle condizioni di vita delle classi subalterne, divise e inimicate dalle medesime potenze che si combattono e che scagliano la nostra classe contro se stessa, allontanando così ogni credibile unità internazionalista. E’ necessario iniziare a coniugare concretamente la lotta contro la guerra e per la pace con la concreta difesa delle condizioni di vita delle classi subalterne in Italia e in Europa: difendere il salario e il suo potere di acquisto, per la qualità e la sicurezza del lavoro, contro il precariato, per un significativo sviluppo dei servizi sociali essenziali sopra tutto istruzione, sanità, trasporti, previdenza e tutela dei territori e dell’ambiente sottraendo così risorse alle sese militari e al riarmo; difendere e ampliare le conquiste ottenute in questi anni dalle donne contro la violenza, l’insorgere del patriarcato, dell’intolleranza e dell’omofobia, contro il razzismo, il risorgente fascismo e contro l’oppressione delle diversità, affinché queste abbiano piena cittadinanza nella società civile. Declinare questi obiettivi unitariamente, dal basso e in una prospettiva autogestionaria, contro ogni burocrazia sindacale e partitica è il compito prioritario anche della militanza comunista anarchica che deve rafforzare la propria organizzazione politica al fine di contrastare il riflusso, estendendo il conflitto a contesti più ami. Ciò costituisce il primo passo pratico per un’organizzazione continentale delle lavoratrici e dei lavoratori contro il capitale, l’imperialismo e le sue guerre.
Nello spirito del Primo Maggio viva l’unità internazionalista del proletariato.

Aprile 2026

 

Alternativa Libertaria/FdCA