Abderrahim Fakir non è morto: è stato ucciso

Non un malore, non un incidente. Abderrahim Fakir, 42 anni, facchino, disarmato, è stato soffocato a terra da agenti di polizia al Pilastro mentre chiedeva aiuto. Il video c’è, lo hanno visto tutti. Non ci interessa la biografia che gli costruiranno addosso nei prossimi giorni: è la stessa cassetta degli attrezzi che si tira fuori ogni volta che la polizia ammazza un povero o un migrante. La colpa si sposta sempre sul cadavere, mai su chi ha premuto il ginocchio.

 

Fakir era un lavoratore della logistica, uno di quei settori tenuti in piedi da manodopera migrante sottopagata, sfiancata, ricattabile. Lo stesso Stato che lo ha ucciso soffocandolo a terra è quello che ogni giorno permette che lavoratori come lui vengano spremuti nei magazzini senza diritti reali da padroni senza scrupoli.

 

Definiamolo con il suo nome: omicidio di Stato.

E le responsabilità non si fermano ai due agenti. Chiamano in causa anche gli operatori sanitari che come vediamo dal video hanno omesso di attivare un protocollo salvavita – allontanando come autorità sanitaria i due agenti, dalla vittima in fin di vita. L’indifferenza complice e connivente nasce da un clima di torsione autoritaria e supina alla

politica  del governo, che negli ultimi anni ha costruito pezzo per pezzo l’impalcatura che rende tutto questo possibile: i decreti sicurezza, il decreto Gasparri, il decreto Valditara, l’estensione delle restrizioni al diritto di sciopero alla filiera della logistica — lo stesso settore in cui Fakir lavorava e veniva sfruttato. Non sono provvedimenti isolati: fanno parte di un’unica strategia, decisa a tavolino, per disciplinare chi lavora, chi protesta, chi non sta al posto assegnato. E oggi quella strategia si chiude con lo scudo penale, appena applicato per la prima volta proprio nel caso di Fakir: la garanzia scritta per legge che la polizia può uccidere senza risponderne. Lo Stato non guarda dall’altra parte: decide, firma, protegge.

 

Non è un caso nemmeno il momento: mentre il governo si mobilita per la grazia a un gioielliere che ha ucciso a sangue freddo due rapinatori e fer4ito un terzo , legittimando la “giustizia” privata dei proprietari, la polizia uccide un lavoratore migrante e viene coperta per legge. Da una parte si arma chi ha da difendere la proprietà, dall’altra si blinda chi reprime chi non ne ha. È la stessa guerra di classe, condotta dall’alto, con due pesi e due misure.

 

Non aspettiamo un gesto di umanità da Salvini o dal governo Meloni: sappiamo già a chi andrà la loro solidarietà, e non è alla famiglia di Fakir. Non ci serve. Verità e giustizia le costruiamo dal basso, insieme a chi al Pilastro si è mobilitato la sera stessa dell’omicidio di Fakir, insieme ai lavoratori migranti, insieme a chi ogni giorno subisce lo stesso sfruttamento che ha ucciso Fakir prima ancora del ginocchio a terra.

 

A fianco della famiglia di Abderrahim Fakir. A fianco dei fratelli e delle sorelle migranti. A fianco di chi lavora ed è sfruttato, a fianco di chi resiste.

 

Nessuna pace con lo Stato che sfrutta e uccide.

 

 

Alternativa Libertaria/FdCA